Gabriella Sica : "Le lacrime delle cose" ed. Moretti e Vitali – 2009 - pagg. 163
Leggo con curiosità mista a sconcerto l'ultimo libro di Gabriella Sica. Tengo a bada l'avidità e faccio tre battute d'arresto.
Dunque lo leggo in tre riprese diverse a distanza di settimane. Poi leggo lo scritto di Giancarlo Pontiggia sul risvolto di copertina e infine leggo lo scritto rispettoso e preciso di Paolo Lagazzi, posto in fondo alle poesie.
In ultimo la nota dell'autrice, a pag. 155, dove vengo a conoscenza che il momento singolo dell' ispirazione, che viene imposta come parte integrante delle poesie, è giustamente e finalmente consacrato.
Cioè, a mio parere e secondo le mie pregiudiziali poetiche: come il punto esatto dove l'ordinata del fuoco divino incontra l'ascissa del corpo di terra. La verticale y ortogonale all'asse x.
Su quel piano così individuato allora può crescere lo spazio di un testo poetico che, immaginosamente - o come va di moda dire: virtualmente -, traccia la terza ortogonale alle altre due linee: quella del sogno, della visione di un mondo non più individuale. Una prospettiva.
La poesia "Fuoco", a pag. 98 della sezione "Proserpina", per ammissione della stessa autrice è un centro e una soglia del libro, il punto in cui un respiro che viene dalla prosa del mondo entra prepotentemente all'attenzione e incomincia a mischiarsi con il battito del poetare. Ogni stazione di questo compendio sul "Fuoco" è fatto di sestine di versi lunghissimi plurimetri, escluso il primo.
E si impone quasi come un controcanto alla sezione di sestine: "fractio panis (l'età del pane spezzato)"
Poi rileggo le poesie tutte insieme. Ne rileggo alcune ancora e non la smetto più. E' difficile separarsi da questo libro. Qualcosa che ho conosciuto nella mia ricerca poetica c'è anche qui fra le sue pagine.
Forse i turni di guardia? Quelli che ormai solo i poeti continuano, in un mondo divenuto un aperto campo di battaglie, guerriglie, campagne di massacri, genocidi, divisioni e guerre, giunte fino a intaccare irreversibilmente i nuclei delle famiglie più beate del mondo: le famiglie degli abitatori dell'occidente.
Arrivare fino a questo apice basso di quotidianità vuole significare che lo sconvolgimento del pianeta è giunto a un acme di belligeranza senza precedenti. Ovvero a una consapevolezza di belligeranza che mai si era proposta in modo tanto evidente e totale. In questo caos i poeti fanno le sentinelle, sono chiamate al lavoro. Il lavoro di fare i guardiani ai corpi viventi degli accampati e segnalare loro ogni pericolo, ma anche ogni luce, e ogni rumore sospetto.
Di questi giorni nel dopo-rielezione del pericoloso leader del popolo iranico sono le rivolte pacifiche stroncate violentemente, i giornalisti allontanati, le minacce dei religiosi; un fronte caldo che non accenna a freddarsi né in alto fra i rappresentanti politici né in basso fra i giovani, le donne, i cittadini.
Ci sono in questo libro di Gabriella Sica tanti discorsi non fatti con l'autrice, ma che avremmo potuto tranquillamente fare, e che però stanno anche dovunque, nell'aria di questo primo decennio del secolo. Discorsi equilibrati, sentimenti feroci, baratri di ipotesi. Ma parole anche. E silenzi densi.
C'è molto da pensare, da meditare, sulla 'conversione' di poetica che Gabriella ha ottenuto in questa opera. A pag. 104, prima della sezione delle "ultime tre poesie", che poi divengono sedici e ventiquattro, si trova un testo dal titolo: "Campo umano di Vetralia rovente e verticale" dove, in riferimento ai trapassati, è scritta una chiara e consapevole dichiarazione:
...Vi siete presi cura della terra
vi ho visto scavare solchi e in un solco morire
muovervi a ritroso vivere con sapienza dolce
miei maestri cari col verso umile dell'aratro
nel fruttuoso campo nero senza mai delirare
oh le lunghe righe faticose che ho nel cuore.
Ora vi imito, sapete? sì, nel mio esile campo
bianco vi imito, voi aratori umani della terra.
E' l'alta vetrata l'aria di dio! Tra i sepolti mi con-
verto a scrutare i lunghi solchi dell'umida terra viva
...
Non sembra anche a altri lettori, oltre che a me, che in queste righe Gabriella sia tornata a meditare sulla più profonda origine della lingua? L'origine agricola voglio dire, della necessità di ordinare e di dare il sangue? e di morire? per poter rinnovare un antico patto, permettere alla dèa della vita di risorgere?
Non è tornata Gabriella a ripensare l'analogia fra l'arte della scrittura e l'arte del contadino? Impegnare la vita per piegare le dèe antiche all'ascolto del nostro dolore? quelle dèe ormai dimenticate?
La terra nera vs la carta bianca è già ai primordi della fondazione dello strumento principe del poeta italiano, la lingua. Che, come la pianta, ha bisogno di morte e di rinascita per poter assolvere al suo compito terreno. Il vomere e lo stilo non sono gli strumenti, ma sì lo sono il flusso del sangue nel corpo sotto la spinta del ritmo cardiaco e il respiro pneumatico dei versi.
Ecco dunque affiorare l'altra necessaria cosa che fa della poesia oggi un atto contemporaneo e condivisibile, appartenente all'epoca: il respiro, il vento pneumatico che trapassa da N.Y. a Roma a Pechino a Bagdad e trapassa nei polmoni dei singoli e ne fuoriesce per tornare a girare nelle sue orbite planetarie.
Sì la metrica, sì i ritmi allineati al cuore, ma anche un lungo respiro, lunghissimo e in parte non esattamente ordinabile, un vento che trapassa dal mondo delle guerre e delle morti alle cose intime e cordiali del corpo del singolo poeta che sta in ascolto, in guardia, a fare la sentinella.
L'uno, il respiro, si forma e cresce e si evolve nel vivere collettivo e trapassa momentaneamente nell'individuo, gli sussurra nelle carni e lo abbandona, l'altro nasce dalla radice dell'organo individuale per organizzare la contabilità della vita terrestre.
Entrambi concorrono alla costruzione dei solchi neri dove seminare le piante della poesia.
Gabriella ha dato alle stampe finalmente un libro dal respiro condivisibile. Molto condivisibile da me; e questo scritto critico mio è viziato, lo ammetto, dalla mia personale prospettiva di poetica, nella quale alcuni dei concetti compresi nella sua ricerca sono elementi centrali del mio pensiero.
Ma io mi chiedo: ci volevano proprio le torri crollate, per decidere questa nostra poetessa a abbandonare quella sua, pure splendida e autorevole, superficie luminosa, impeccabile, dove se ne stava a galleggiare beata, per accompagnarci finalmente all'immersione nella complessità e nell'ambiguità?
Gabriella ha scoperto la profonda eppure evidente prospettiva dell'ordine del male, seppure commisto ancora alla fulgida spaziosità del bene -l' attimo di eterno-, con il quale non vuole perdere mai l'equilibrio. Ne parlo coi termini che lei stessa usa nel libro.
E' presto detto, come anche nel libro di scienza più antico: su questo pianeta le stesse radici e la stessa pianta sono portatrici del nesto del bene come del nesto del male. Due innesti sullo stesso albero. Il dio-contadino si era confuso, come spesso ancora si confonde coi due sessi umani innestandoli su un'unica vita?
E allora? Che farci? Dobbiamo pazientare e perdonarlo dell'ingenua ignoranza delle cose di questa terra. Tutto qui. Amiamo il fatto che ciò che esiste è sempre sulla terra una opportunità che prelude e contiene anche altro che è al nostro sguardo ancora nascosto.
L'altra pianta, che avrebbe portato alla conoscenza dell'eternità, non è stata toccata dal popolo del pianeta Terra. Per questo qualsiasi tentativo di sceverare l'eterno dal tempo è un fallimento.
Dunque è inutile che i poeti si sfianchino per ordinare sulla pagina soltanto gli attimi che credono di eternità, di perfezione, di bene. Quegli stessi attimi luminosi preludono a sconvolgimenti inimmaginabili e dolorosi. In quanto eternità dunque sono sogni, in quanto realtà sono grigie commistioni di male e di bene.
E' dunque una battaglia persa in anticipo limitarsi all'eternità, perché forse non è questo esattamente il solo compito del poeta.
Quello che possono fare i poeti è testimoniare. Testimoniare sogni (in "ultime tre poesie" - pag.109); imitare gli aratori, gl'impareggiabili nostri avi (cit. - pag. 104); fare le guardie, "non smettere come le vergini la vigilanza" e: "rinunciare a dire tutto in una poesia a dire l'io intero eccessivo" (in "luce occidentale" - pag.148). Ma non dimenticare il lungo viatico del vento, il ritmo lunghissimo del respiro collettivo imposto dagli eventi globali, che porta i semi di piante nuove da lontano, lontanissimo.
Si potrebbe continuare ancora a parlare molto, ma lascio a altri più bravi la esegesi dell'intero libro. Magari accodandola a questa mia così da scrivere un testo critico più completo e oggettivo.
Penso che con questo libro Gabriella Sica abbia a raccogliere una più precisa attenzione da parte di chi di poesia si occupa.
Daniela Negri