Hanno collaborato
Franca Alaimo, Viola Amarilli, Lino Angiuli, Salvatore Anzalone, Claudia Azzola, Davide Argnani,Maria Attanasio, Leopoldo Attolico, Paola Bagnasco Sinopoli, Giorgio Bàrberi Squarotti, Eleonora Bellini,Carla Bertola, Mariella Bettarini, Alberto Bevilacqua, Ettore Bonessio di Terzet, Alma Borgini, Nanni Cagnone , Franco Capasso, Domenico Cara, Franca Maria Catri, Nadia Cavalera, Franco Cavallo,Giovanni Chiellino, Domenico Cipriano, Carlo Felice Colucci, Nicoleta Corsalini, Maurizio Cucchi, Leone D'Ambrosio, Laura Da Re, Milo De Angelis, Rosalba De Filippis, Monica De Gregorio, Gianni D'elia, Fortuna Della Porta, Antonietta Dell'Arte,Liana De Luca, Prisco De Vivo, Arnold De Vos, Stelvio Di Spigno, Di Stefano Busà Ninnj, Luciano Erba,Anna Maria Ercilli, Michele Fabbri,Enrico Fagnano, Gabriela Fantato, Gio Ferri, Francesco Filia, Gilberto Finzi, Luigi Fontanella, Antoine Fratini,Mario Fresa, Mario M. Gabriele, Monia Gaita, Eugen Galasso,Mariapia Giulivo, Elio Grasso,Carmen Grattacaso, Gian Paolo Grattarola, Gabriel Impaglione, Maria Grazia Lenisa, Alfonso Lentini,Giacomo Leronni, Angelo Lippo, Rossella Luongo, Mario Luzi,Annalisa Macchia, Dante Maffia,Raffaele Manica, Roberto Maggiani, Wanda Marasco, Gianpaolo G. Mastropasqua, Carlangelo Mauro, Luca Mazzaglia, Alda Merini,Sandro Montalto, Alessandro Monticelli, Alberto Mario Moriconi, Ivano Mugnaini,Nicola Napolitano, Daniela Negri,Nevio Nigro,Claudio Pagelli, Pietro Pancamo, Cesare Pavese, Gerardo Pedicini, Fabio Pelosi, Raffaele Perrotta, Regina Pereira da Silva, Marco Perillo, Raffaele Piazza, Felice Piemontese,Carmelo Pirrera,Massimo Pistis, Antonio Porta,Maria Pia Quintavalla, Giovanni Raboni, Marco Righetti, Ottavio Rossani, Amelia Rosselli, Paolo Ruffilli, Vito Russo, Arianna Sacerdoti,Giuseppe Sanalitro,Corrado Sciò, Alessandro Seri, Valeria Serofilli, Mirko Servetti,Giovanna Sicari, Michele Sovente,Maria Luisa Spaziani, Mario Specchio, Fausta Squatriti, Giusy Staropoli, Rossella Tempesta, Jan Theuninck,Salvatore Toma, Adam Vaccaro, Angelo Veltre, Giuseppe Vetromile, Salvatore Violante,Alberto Vitacchio, Ciro Vitiello, Andrea Zanzotto, Matteo Zattoni.

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Poetry wave-dream
venerdì, 03 luglio 2009
Il 28 giugno 2009 è morto Alberto Cappi. Poeta, saggista, traduttore, era nato a Revere (Mantova) nel 1940. Tra i suoi libri di poesia: Alfabeto (1973), Per versioni (1984), Il sereno untore (1997), La casa del custode (2004), Il  modello del mondo (2008). Tra le opere saggistiche: Materiali per un frammento (1989), Arnia (2005). Ha tradotto Jouffroy, Liscano, Espanca, Cardenal, Franqui, Brull. Ha collaborato con poesie e saggi a diverse riviste  italiane ed ha impostato numerosi studi sulla poesia contemporanea. Lo ricordiamo come sincero amico e valido uomo di cultura.
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categoria:notizie
giovedì, 02 luglio 2009
“Le amorose risonanze”
E’ in distribuzione in questi giorni l’Antologia curata da Mario Fresa e pubblicata da Edizioni L’Arca Felice dal titolo “Le amorose risonanze”.
Sette poeti e sette artisti di fama nazionale rispondono con la forza scardinante dei versi e delle immagini , all’interrogativo ansioso posto dal grande poeta cileno Pablo Neruda : “Occorre volare in questo tempo, dove?”. Risposte in divenire, tese a non cristallizzare alcun fondamento, ma , anzi a vivificare continuamente la necessità di una riflessione sulle strade da percorrere, generando nuove e sempre germinanti domande volte a decifrare gli nesplicabili nodi dell’esistenza.
Testi poetici di : Guglielmo Aprile, Domenico Cipriano, Stelvio Di Spigno, Carlangelo Mauro, Enzo Rega, Antonio Spagnuolo, Rossella Tempesta. Interventi artistici di : Vittorio Avella, Gigi Degli Abbati, Prisco De Vivo, Elisabetta Donati, Tommaso Ottieri, Elena Petrizzi, Alferio Spagnuolo.
Riferimento : Ida Borrasi – info@arcafelice.com
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categoria:notizie
lunedì, 29 giugno 2009
La mosca (di Milano) - N° 20 – maggio 2009 –
Sommario :
Gabriela Fantato : Editoriale
-Disappunti e poesia:
Marco Gatto : Il desiderio utopico del materialismo storico
Paolo Pellecchia : Clemente Rebora / La poesia come strumento
Serafina Tarantini : Christa Wolf incontra Cassandra
Laura Cantelmo : Mahmoud Darwish / La terra estensione dell’anima
Gabriela Fantato: dialogo con Umberto Piersanti / La poesia e l’assoluto della memoria
Luigi Cannillo : dialogo con Giancarlo Majorino / Desiderio e scrittura nel poema “Viaggio alla presenza del tempo”.
-Nel presente della poesia:
Rinaldo Caddeo : Visioni ed emblemi nella precarietà / note sul viaggio poetico di Mauro Ferrari.
Alessandra Paganardi : Il cantare della vita / nella ricerca poetica di Maria Pia Quintavalla.
Filippo Ravizza : Una poesia tellurica / note sulla poesia di Mauro Germani.
-L’intervento :
Gabriele Favagrossa : Per una nuova narrazione del mondo.
Davide Morelli : Nel labirinto del desiderio.
Quito Chiantia : Il sogno spezzato
Riccardo Ferrazzi : Storia e utopia.
-Del tradurre:
Gianni Tuccini : Poesia tra vita e mitografia (Sylvia Plath)
Alessandro Zocca : Finché abbiamo mani ( Vera Pavlova)
-L’Autore :
Poesie di Antonio Spagnuolo, Alessandro Catà, Francesco Macciò, Maurizio Gramegna, Francesco Lioce, Guglielmo Aprile, Alessandro Seri, Cristina Sparagna.
-Raccontando :
Piera Mattei : Dal diario di una dimissionaria
Roberto Morpurgo : Amecameca
Mirella Bolognari : La giacca
Alessio Luise : L’invece dell’operatore telefonico
Macroscopio : recensioni
Riferimento : gabrifantato@libero.it


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categoria:riviste
sabato, 27 giugno 2009
Gabriella Sica : "Le lacrime delle cose" ed. Moretti e Vitali – 2009 - pagg. 163
Leggo con curiosità mista a sconcerto l'ultimo libro di Gabriella Sica. Tengo a bada l'avidità e faccio tre battute d'arresto.
Dunque lo leggo in tre riprese diverse a distanza di settimane. Poi leggo lo scritto di Giancarlo Pontiggia sul risvolto di copertina e infine leggo lo scritto rispettoso e preciso di Paolo Lagazzi, posto in fondo alle poesie.
In ultimo la nota dell'autrice, a pag. 155, dove vengo a conoscenza che il momento singolo dell' ispirazione, che viene imposta come parte integrante delle poesie, è giustamente e finalmente consacrato.
Cioè, a mio parere e secondo le mie pregiudiziali poetiche: come il punto esatto dove l'ordinata del fuoco divino incontra l'ascissa del corpo di terra. La verticale y ortogonale all'asse x.
Su quel piano così individuato allora può crescere lo spazio di un testo poetico che, immaginosamente - o come va di moda dire: virtualmente -, traccia la terza ortogonale alle altre due linee: quella del sogno, della visione di un mondo non più individuale. Una prospettiva.
La poesia "Fuoco", a pag. 98 della sezione "Proserpina", per ammissione della stessa autrice è un centro e una soglia del libro, il punto in cui un respiro che viene dalla prosa del mondo entra prepotentemente all'attenzione e incomincia a mischiarsi con il battito del poetare. Ogni stazione di questo compendio sul "Fuoco" è fatto di sestine di versi lunghissimi plurimetri, escluso il primo.
E si impone quasi come un controcanto alla sezione di sestine: "fractio panis (l'età del pane spezzato)"
 
Poi rileggo le poesie tutte insieme. Ne rileggo alcune ancora e non la smetto più. E' difficile separarsi da questo libro. Qualcosa che ho conosciuto nella mia ricerca poetica c'è anche qui fra le sue pagine.
Forse i turni di guardia? Quelli che ormai solo i poeti continuano, in un mondo divenuto un aperto campo di battaglie, guerriglie, campagne di massacri, genocidi, divisioni e guerre, giunte fino a intaccare irreversibilmente i nuclei delle famiglie più beate del mondo: le famiglie degli abitatori dell'occidente.
Arrivare fino a questo apice basso di quotidianità vuole significare che lo sconvolgimento del pianeta è giunto a un acme di belligeranza senza precedenti. Ovvero a una consapevolezza di belligeranza che mai si era proposta in modo tanto evidente e totale. In questo caos i poeti fanno le sentinelle, sono chiamate al lavoro. Il lavoro di fare i guardiani ai corpi viventi degli accampati e segnalare loro ogni pericolo, ma anche ogni luce, e ogni rumore sospetto.
Di questi giorni nel dopo-rielezione del pericoloso leader del popolo iranico sono le rivolte pacifiche stroncate violentemente, i giornalisti allontanati, le minacce dei religiosi; un fronte caldo che non accenna a freddarsi né in alto fra i rappresentanti politici né in basso fra i giovani, le donne, i cittadini.
 
Ci sono in questo libro di Gabriella Sica tanti discorsi non fatti con l'autrice, ma che avremmo potuto tranquillamente fare, e che però stanno anche dovunque, nell'aria di questo primo decennio del secolo. Discorsi equilibrati, sentimenti feroci, baratri di ipotesi. Ma parole anche. E silenzi densi.
C'è molto da pensare, da meditare, sulla 'conversione' di poetica che Gabriella ha ottenuto in questa opera. A pag. 104, prima della sezione delle "ultime tre poesie", che poi divengono sedici e ventiquattro, si trova un testo dal titolo: "Campo umano di Vetralia rovente e verticale" dove, in riferimento ai trapassati, è scritta una chiara e consapevole dichiarazione:
 
...Vi siete presi cura della terra
vi ho visto scavare solchi e in un solco morire
muovervi a ritroso vivere con sapienza dolce
miei maestri cari col verso umile dell'aratro
nel fruttuoso campo nero senza mai delirare
oh le lunghe righe faticose che ho nel cuore.
Ora vi imito, sapete? sì, nel mio esile campo
bianco vi imito, voi aratori umani della terra.
E' l'alta vetrata l'aria di dio! Tra i sepolti mi con-
verto a scrutare i lunghi solchi dell'umida terra viva
...
 
Non sembra anche a altri lettori, oltre che a me, che in queste righe Gabriella sia tornata a meditare sulla più profonda origine della lingua? L'origine agricola voglio dire, della necessità di ordinare e di dare il sangue? e di morire? per poter rinnovare un antico patto, permettere alla dèa della vita di risorgere?
Non è tornata Gabriella a ripensare l'analogia fra l'arte della scrittura e l'arte del contadino? Impegnare la vita per piegare le dèe antiche all'ascolto del nostro dolore? quelle dèe ormai dimenticate?
 
La terra nera vs la carta bianca è già ai primordi della fondazione dello strumento principe del poeta italiano, la lingua. Che, come la pianta, ha bisogno di morte e di rinascita per poter assolvere al suo compito terreno. Il vomere e lo stilo non sono gli strumenti, ma sì lo sono il flusso del sangue nel corpo sotto la spinta del ritmo cardiaco e il respiro pneumatico dei versi.
Ecco dunque affiorare l'altra necessaria cosa che fa della poesia oggi un atto contemporaneo e condivisibile, appartenente all'epoca: il respiro, il vento pneumatico che trapassa da N.Y. a Roma a Pechino a Bagdad e trapassa nei polmoni dei singoli e ne fuoriesce per tornare a girare nelle sue orbite planetarie.
 
Sì la metrica, sì i ritmi allineati al cuore, ma anche un lungo respiro, lunghissimo e in parte non esattamente ordinabile, un vento che trapassa dal mondo delle guerre e delle morti alle cose intime e cordiali del corpo del singolo poeta che sta in ascolto, in guardia, a fare la sentinella.
L'uno, il respiro, si forma e cresce e si evolve nel vivere collettivo e trapassa momentaneamente nell'individuo, gli sussurra nelle carni e lo abbandona, l'altro nasce dalla radice dell'organo individuale per organizzare la contabilità della vita terrestre.
Entrambi concorrono alla costruzione dei solchi neri dove seminare le piante della poesia.
 
Gabriella ha dato alle stampe finalmente un libro dal respiro condivisibile. Molto condivisibile da me; e questo scritto critico mio è viziato, lo ammetto, dalla mia personale prospettiva di poetica, nella quale alcuni dei concetti compresi nella sua ricerca sono elementi centrali del mio pensiero.
Ma io mi chiedo: ci volevano proprio le torri crollate, per decidere questa nostra poetessa a abbandonare quella sua, pure splendida e autorevole, superficie luminosa, impeccabile, dove se ne stava a galleggiare beata, per accompagnarci finalmente all'immersione nella complessità e nell'ambiguità?
Gabriella ha scoperto la profonda eppure evidente prospettiva dell'ordine del male, seppure commisto ancora alla fulgida spaziosità del bene -l' attimo di eterno-, con il quale non vuole perdere mai l'equilibrio. Ne parlo coi termini che lei stessa usa nel libro.
 
E' presto detto, come anche nel libro di scienza più antico: su questo pianeta le stesse radici e la stessa pianta sono portatrici del nesto del bene come del nesto del male. Due innesti sullo stesso albero. Il dio-contadino si era confuso, come spesso ancora si confonde coi due sessi umani innestandoli su un'unica vita?
E allora? Che farci? Dobbiamo pazientare e perdonarlo dell'ingenua ignoranza delle cose di questa terra. Tutto qui. Amiamo il fatto che ciò che esiste è sempre sulla terra una opportunità che prelude e contiene anche altro che è al nostro sguardo ancora nascosto.
L'altra pianta, che avrebbe portato alla conoscenza dell'eternità, non è stata toccata dal popolo del pianeta Terra. Per questo qualsiasi tentativo di sceverare l'eterno dal tempo è un fallimento.
Dunque è inutile che i poeti si sfianchino per ordinare sulla pagina soltanto gli attimi che credono di eternità, di perfezione, di bene. Quegli stessi attimi luminosi preludono a sconvolgimenti inimmaginabili e dolorosi. In quanto eternità dunque sono sogni, in quanto realtà sono grigie commistioni di male e di bene.
E' dunque una battaglia persa in anticipo limitarsi all'eternità, perché forse non è questo esattamente il solo compito del poeta.
 
Quello che possono fare i poeti è testimoniare. Testimoniare sogni (in "ultime tre poesie" - pag.109); imitare gli aratori, gl'impareggiabili nostri avi (cit. - pag. 104); fare le guardie, "non smettere come le vergini la vigilanza" e: "rinunciare a dire tutto in una poesia a dire l'io intero eccessivo" (in "luce occidentale" - pag.148). Ma non dimenticare il lungo viatico del vento, il ritmo lunghissimo del respiro collettivo imposto dagli eventi globali, che porta i semi di piante nuove da lontano, lontanissimo.
Si potrebbe continuare ancora a parlare molto, ma lascio a altri più bravi la esegesi dell'intero libro. Magari accodandola a questa mia così da scrivere un testo critico più completo e oggettivo.
Penso che con questo libro Gabriella Sica abbia a raccogliere una più precisa attenzione da parte di chi di poesia si occupa.
Daniela Negri
 
 
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categoria:recensione sica-negri
venerdì, 26 giugno 2009
Una lettera –
Carissimo Spagnuolo , leggo la tua nuova raccolta poetica “Fratture da comporre” con molta ammirazione e gioia: alterni molto efficacemente memoria e amore, tragicità e sogno. I testi più avventurosamente erotici sono straordinariamente ricchi di metafore, figure, invenzioni.
Grazie del dono.
Giorgio Bàrberi Saquarottti
postato da: spagnuoloantoni alle ore 15:56 | Permalink | commenti
categoria:lettera
venerdì, 26 giugno 2009
Premio di poesia "Massa città fiabesca di mare e di marmo" –
Ogni autore potrà inviare due poesie inedite a tema libero, non superiori a cinquanta versi ciascuna.
Le poesie inviate al concorso, ognuna in cinque copie anonime e non firmate, vanno spedite in plico raccomandato all’Associazione Culturale “Versilia club” – via Stradella 112 – 54100 Ronchi – Ms
Al plico va aggiunta una busta contenente i dati dell’autore.
Scadenza 31 luglio 2009 .
Premiazione 27 settembre 2009 .
Primo premio: 600,00 euro – secondo: 500,00 – terzo: 400,00 – quarto : 300,00 – quinto : 200,00 .
E’ richiesta tassa di lettura di venti euro.
Riferimento : versiliaclub@libero.it  
 
postato da: spagnuoloantoni alle ore 15:45 | Permalink | commenti
categoria:notizie
giovedì, 25 giugno 2009
                                    Cioccolato
 
 
                               Prova a ricordarne il sapore a occhi chiusi.
Sono passati anni, una vita: – Sta’ attenta se ti fa la fat­tura.
Si toccò il seno: –  Non lo voglio.
Perciò lo feci volar via dalla finestra.
Si toccò il seno. Una voglia. Nel rettangolo az­zurro tre o quattro rondini.
 
                                                             *
Un parto difficile. Ti do alla luce, ti do al buio. In ogni caso ti do a qualcuno. T’affido a giorni di tene­bra. Saprai da solo trovarti una piccola luce?
Ancora  rondini oltre la finestra. Si tocca il petto. E’ il latte che duole, che preme.
Cioccolato e fatture. Sei stupida, stupida, stu­pida. Come ritrovare perduti sapori?
 
                                                             *
Un barile, due barili di vino per un brindisi solo. E’ stato difficile, ora è nato. Sano e forte. Forse un piccolo difetto negli oc­chi, cosa da nulla, gli basteranno per pian­gere. Ti do la luce e ti rendo antichi sa­pori: cioccolato.
Sarà ancora aprile: è aprile che prepara le rose – domani s’affacceranno ai balconi a guar­dare le rondini, le donne che passano con il loro segreto di vita e di morte rac­chiuso nel ventre.
 
                                                               *
Cioccolato. Te ne trovi una macchia sul petto, quasi im­pronta di un dito. La mano che ti cer­cava, che ancora ti cerca nel buio, come a volere ritrovare memoria di smarriti sa­pori e se­polte dolcezze. Sapori, dolcezze ed assurde paure.
La paura, anche allora, e questo do­lore nel petto, che insiste. Non somiglia nemmeno a un dolore, ma a un’eco scordata di esso.
 
                                   *
Cioccolato, dorata stagnola, le nostre paure,
le nostre viltà, le bu­gie. La morte nascosta tra macigni di zolfo o in agguato in un vi­colo. È una mat­tina qualunque di un mese qua­lun­que. Le donne hanno vesti leggere – sarà primavera.
C’era ancora qualcosa da fare, la farà qual­che altro. Tu muori. La tua storia si mischia con un'al­tra storia, con le storie scordate del mondo. Oltre la finestra, nessuna ron­dine. Lontane le sere del vino.
 
                                                                                              *
Un barile di vino e la sbornia più triste. L’ospedale è lontano, Betlemme di cemento quasi fuori città. E’ luogo dove nasci, dove muori. Cosa le porti? Non fiori, ché quelli si por­tano ai morti. Cioccolato! ne sono sicuro.
Lo buttai dalla finestra al primo ri­fiuto. Lo so, ho un brutto ca­rat­tere.
Non ho visto se ci fossero rondini, so ch’era aprile. un mese vigliacco, ma buono per na­scervi, come ogni al­tro mese. Aprile o mag­gio è lo stesso. Ho un brutto carat­tere, me lo di­cono tutti.
 
                                      *
Il vino e il vino e poi ancora il vino.
Tanti bicchieri, fai tardi la sera. Dici “gli amici” e invece  sei solo.
Ognuno ha bevuto e se ne è andato per i fatti suoi. Di­ranno di te che hai le mani bu­cate. Sei solo con queste tue mani che non trat­tengono niente, non rubano niente.
Potresti tenertele in tasca, a scaldarsi, spe­cial­mente nelle sere d’inverno, invece le muovi in ge­sti iera­tici e folli, quasi a pla­smare un rac­conto. Non trovi parole. T’hanno inse­gnato il silen­zio.
 Carmelo Pirrera
 
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categoria:pirrera
mercoledì, 24 giugno 2009
ISSIMO – anno XXII – n° 62 – maggio-giugno 2009
Sommario :
Giuseppe Bonaviri : Non più canterà il gallo
Antonio Spagnuolo : Solfeggio
Antonio Spagnuolo : Un’ora
Giovanni Chiellino : Alla mia donna
Alfonso Campanile : Trinacria interiore
Jean-Christophe Bailly : A mio padre (trad. Viviane Campi)
Odisseas Elitis : Una poesia (trad. Tino Sangiglio)
Djamal Benmerad : Tu non senti (trad. Bruno Rombi)
Sirio Guerrieri : Rimanenze
Ferdinando Banchini : Elogio dell’attesa
Ottavio Piacentini : Fotogramma
Rainer Maria Rilke : IX – (trad. Francesco Flora)
Liana De Luca : Vichingo
Carmelo Pirrera : Dormiveglia
Giuseppe Addamo : Maggio ai balconi
Anna Santoro : Se potessi
Stanley Kunita : Vecchia melodia spezzata (trad. Enzo Bonaventre)
Samuel Beckett : Lungo il litorale (trad. Enzo Bonaventre)
Loris Maria Marchetti : Liauida protesta
Emanuele Gagliano : Partenze
Antonino Uccello : Tempo di nidi
Elio Andriuoli : Evento
Ferdinando Banchini : Per caso
Fryda Rota : Storia di Alice
Viviane Ciampi : Portiamo in noi
Nevio Nigro : Cimitero di primavera
Carmelo Pirrera : Trafelati, giungemmo
Guy de Maupassant : Occhi (trad. Alberto Savinio/Anna Fianchetti)
Nuovi libri –
Nino Agnello : A Luisa la poetessa
Leopoldo Attolico : Grande statista
Lucia Montauro : La cosa-tempo
Editoriale-
Numero illustrato con disegni di Giuseppe Milesi.
                           Riferimento : c.pirrera@tele2.it
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categoria:riviste
martedì, 23 giugno 2009
Steve 36 – rivista di poesia – primavera 2009 –
Sommario :
Carlo Alberto Sitta : Il risultato della sottrazione - editoriale
Daniela Rossi : Le apparizioni dell’uomo invisibile (C. Costa)
Irene Palladini : La grazia e il volto (a tribute to Corrado Costa)
Milli Graffi : Le metamorfosi del quotidiano (Corrado Costa)
Nanni Balestrini : Ritratto di Corrado Costa
Giulia Niccolai : Caleidoscopico Corrado
Irene Palladini : Nolite fieri (per Corrado Costa)
Carlo Alberto Sitta : Due poesie dedicate (a Corrado Costa)
Giuseppe Caliceti : Il rifiuto di un’epigrafe per un monumento
Rosanna Chiessi : Il sognatore sognato (Corrado Costa)
Giuliano della Casa : Perdere la testa – e non trovarla – (Corrado Costa)
Silvia Guberti : La metamorfosi dell’anima (Corrado Costa)
Antonella Mollo : Il fondo Costa della biblioteca Panizzi di Reggio E.
Corrado Costa : Testi inediti
Irene Palladini : Treni bianchi su rotaie di stelle (Corrado Costa)
Giovanni Fontana : Froctola franca (per Corrado Costa)
William Xerra : I li ewhen say never (per Corrado Costa)
M. Osti – C. Costa : Tavola auto cancellante
Paolo Badini : Le stanze dell’acqua (poesia)
Luigi Fontanella : Vita per immagini
Marco Fregni : Postilla per Luigi Fontanella
Elio Grasso : La virtù animale, II (poesia)
Claudio Toscani : Acheronta movebo (tra psicoanalisi e creatività 2008
Antonello Borra : Autoscatti, VI (Orfeo)
Carlo Alberto Sitta : L’età del gesto, VI
Fabio De Santis : Il banco delle riviste – VII
Carlo Alberto Sitta : La carta dei libri
Colophon –
* Riferimento : labpoesiamo@libero.it
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categoria:riviste
lunedì, 22 giugno 2009
Giorgio Bàrberi Squarotti : Le foglie di Sibilla, Editore De Ferrari, Genova, 2008
La Poetica di Giorgio Bàrberi Squarotti è di quella che non scivola via, lascia traccia, il segno di una miriadi di sensazioni e suggestioni. La parola si conforta da sè, come dentro un’aura che respiri il cielo stellato o l’atmosfera lieta di note che spesso possiedono l’andatura classica, perché classicheggiante è il modulo letterario squarottiano, ed è anche d’indubbio respiro quell’atmosfera intensa che vi si stempera e sommuove le corde più intime del cuore. Il modulo lirico riposa su toni tipicamente narranti, come di racconto breve, fortemente impregnato di lirismo al suo interno e all’esterno. La sua orchestrazione non risente mai di avanguardie, né di ismi di stampo modernistico; il verso non ha nulla che lo accosti ad un neorealismo, pur riveduto e corretto alla luce dei tempi. La cifra formale non vi si accomuna in nessun modo, è se stessa in ogni suo dettaglio, sigla, espressione, sintagma. Gode di una tradizione classica che s’immette in aree felici di resa stilistica. Osiamo dire che l’aria surreale ricchissima di spunti e di immagini fortemente lirica si fa di volta in volta, da un libro all’altro , orientata ad una tensione che lo affina, pur riprendendolo sempre dai suoi lati ormai noti, fedele a se stesso, dentro quel filone neoclassico, da cui sempre emerge e si fanno strada: l’idillio naturalistico, il mito, l’accumulazione di pensiero che nascono e si riformulano dall’antico mestiere del poeta colto, che sa bene di doversi rinnovare, di dover orientare la fortuna di un libro al riassorbimento in sè delle scorie eventuali che lo fanno unico. La poetica di Giorgio Bàrberi Squarotti vive di un sua personalissima visione idilliaca che dai toni alti passa via via a certi passaggi di rarefazione lessicale, di trasognate atmosfere. Con Le foglie di Sibilla, egli raggiunge un obiettivo assai alto, da cui emerge con naturalezza la sua padronanza del verso, come anche la compiutezza formale dei suoi colti entroterra lessicali. E’ notoria l’autorevolezza e la preparazione linguistica della sua personalità, che ne accresce sempre più la compostezza delle immagini, quando si tratta di descrivere fanciulle, giovani donne, in atmosfere oniriche: “appoggiata con il cuore/ affannato alla grata rugginosa/ della cappella esigua fra i vigneti” quando parla della ragazzina bruna, oppure in questi altri versi: “la ragazza/ che ha un ampio cappello verde, e pattina,/ elegante sul vetro trasparente/ del marciapiede , disegnando cerchi/ e arabeschi. (La pattinatrice). Qui, quasi si toccano le atmosfere surreali, sembra che la pattinatrice si libri sulla figurina aggraziata e agile, ariosa e leggiadra che danza davvero come una libellula fra specchi e arabeschi. Si potrebbe arguire che la poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti è intrisa di intensi momenti di serena pacificazione, quasi sempre la conquista espressivo/linguistica è momento di creatività fantasiosa che affascina, in funzione di un rapporto che si costituisce  fra l’evocazione e l’elevazione.Non ha mai toni bassi né cadute. Questo lirismo è colto, fascinoso, impertinente, quel tanto che basta per essere riconosciuto , per appartenere a Giorgio, che scopre giovinette in erba, figure d’angeli, soavità e levità che illuminano il sogno di un grande letterato e lo ànimano, ne trasferiscono l’incanto nella realizzazione di un esito pienamente risolto <liricamente>. Infine vi è la nota fortunata, rigorosa di un grande “altrove”: una ricerca a cuore aperto di quella verità che va oltre l’occhio visibile. Certi passaggi stanno a connotarlo fra le figure di spicco delle ragioni fideistiche: “è il lamento/ o lo sguardo che domanda pietà/ e perdono, è la leggera carezza/ della brezza rassegnata di Dio/ E allora? tutto quello che puoi fare/ è cogliere la margherita candida,/…/con l’ironica fede d’ignoranza/ quieta” (La fede, ora). Il concetto divino è rappresentato dall’umiltà della metafora della margherita, ma è intenso lo spunto della compiuta armonia del tutto, che rende il punto Assoluto, momento sacrale di quiete. Un bel libro, quello di Bàrberi Squarotti che sa cogliere nei punti nevralgici dell’acume lirico, le condizioni più felici e i sensi molteplici di un far poesia con un occhio alla Luce, per Luce s’intenda quella Eterna, ultraterrena, dalla quale l’autore estrae la sua forza maieutica e il lirismo connotativo che lo rivelano figura di spicco nel diorama di oggi.
Ninnj Di Stefano Busà
postato da: spagnuoloantoni alle ore 08:25 | Permalink | commenti
categoria:recensioni